L'albero genealogico
L'albero genealogico che segue è stato ricostruito tramite ricerche personalmente svolte a partire dal 1996 presso gli Archivi di Stato di Bari e di Trani (per la parte Ottocentesca), e l'Archivio della Cattedrale di Acquaviva delle Fonti.
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Le origini della famiglia Aulenta
Le ricerche genealogiche svolte presso gli Archivi
di Stato di Bari e di Trani e alla Cattedrale di Acquaviva delle Fonti indicano
che la famiglia Aulenta fu fin dal Seicento ben radicata in Puglia, e
precisamente nella città di Acquaviva delle Fonti, tanto da essere citata, nei
secoli XVIII e XIX, tra le più facoltose famiglie del luogo.[1]
Acquaviva è una città
molto antica che crebbe rapidamente rispetto agli altri villaggi dei dintorni
grazie alla fertilità delle sue terre, al suo clima temperato, ed alla presenza
delle ricche falde acquifere, ed è grazie a quest’ultima ricchezza che, dopo
molti secoli, al nome Acquaviva è stato aggiunto “delle Fonti”.
I suoi dominatori furono numerosi, come frequente fu il succedersi di governanti prepotenti ed ambiziosi. La regina Giovanna nel 1497 insignì Acquaviva del titolo di Città e assicurò un periodo di tranquillità e benessere, ma la vita tranquilla ebbe breve durata finché il feudo acquavivese fu restituito a Federico d’Aragona, Re di Napoli. Gli anni che seguirono furono ricchi di vicissitudini fino alla venuta dei feudatari principi De Mari, che commisero ogni sorta d’abuso con la complicità di cittadini a loro servili.

Acquaviva Delle Fonti - Via Francesco Aulenta - estate 2010
Acquaviva fu tra i primi
Comuni ad aderire alla Repubblica Partenopea, guidata dal sindaco Supriani, e
dagli illustri cittadini Pepe e Persio. Nel 1799 i Sanfedisti sopraffarono la
Repubblicana Acquaviva saccheggiandola, ed in questa occasione gli eroi simboli
della libertà furono i Martiri del ’99, tra cui uno dei nostri Aulenta.
I
De Mari, ultimi feudatari in Acquaviva, vi rimasero per circa 150 anni
consumando abusi e angherie sul popolo acquavivese fino a quando, il 2 agosto
1806, scomparvero nel buio della storia.
Lo
studio dei più antichi registri della Cattedrale di Acquaviva e degli atti del
Catasto Onciario, hanno permesso la compilazione di un albero genealogico
piuttosto dettagliato che riporta alla luce le varie ramificazioni della
famiglia a partire dal capostipite, Angelo, vissuto nel pieno del XVII secolo,
fino alle decine di Aulenta presenti in città verso la metà del XIX secolo.
Da
qui anche la scoperta del fatto che, tra gli Aulenta, compaiano nei secoli
passati ricchi possidenti, notai e patrioti, ricordati in molti documenti
storici del periodo napoleonico e preunitario.
In
molti documenti sono narrati infatti episodi sugli Aulenta relativi al periodo
che va dalla fine del ‘700 alla metà dell’’800, fatti che, a quanto
testualmente si legge, “fanno della
famiglia Aulenta una gloriosa tradizione ed un’accolta di patrioti autentici,
meritevoli e degnissimi della gratitudine Nazionale”[2].
Protagonisti di queste vicende, più avanti riportate, furono in particolare Mario Aulenta (1846~1925), fratello del mio trisavolo Vito, suo padre Filippo (1812-1904), il padre di quest’ultimo, Francesco (1777-1830), il padre di Francesco, Leonardo (1741-1799) ed il fratello di quest’ultimo, Filippo (1737-1799).
Altre famiglie pugliesi
Il mio bisnonno Filippo Aulenta nacque a Monopoli alle fine del 1881 in una famiglia benestante.
Cinque anni prima suo padre Vito (1850-1885) aveva sposato a Monopoli
una lontana cugina di nome Anna Brunetti, figlia del Dottor Fisico Don Giorgio Brunetti di Monopoli ed
appartenente ad un'altra famiglia della ricca borghesia pugliese.
Madre di Anna Brunetti era Rosa D'Amore, nata ad Alberobello e figlia del Sindaco Francesco D'Amore. Quest'ultimo, di professione Dottore in Legge ma che fu anche
Giudice della Corte Criminale di Trani, era nato a Cosenza nel 1772 e si era trasferito ad Alberobello sul finire
del Settecento.
E' ricordato per essere stato il primo proprietario di quella che ancora oggi è ricordata come CASA D'AMORE ad Alberobello, edificio che dal 1930
è stato di chiarato patrimonio dell'Unesco e monumento nazionale.
Casa D'Amore ad Alberobello - estate 2010
Fu di proprietà di Francesco D'Amore, bisnonno
del mio bisnonno Filippo Aulenta.
La madre di Rosa D'Amore, quindi moglie del Sindaco Francesco D'Amore, si chiamava Giovanna Cito ed era figlia del Dottor Fisico Don Giorgio Cito, a sua volta figlio del Dottor Fisico Don Giuseppe Cito di Locorotondo. Diversi documenti sulle famiglie Cito e D'Amore sono presenti all'interno dell'Archivio della Parrocchia di San Cosmo e Damiano di Alberobello che ho avuto modo di consultare nell'estate del 2010.
In tali documentazioni, unite a quelle ricavate presso l'Archivio di Stato di Bari, troviamo riferimenti ad un altro edificio ad Alberobello che ebbe in qualche modo a che fare con un mio antenato: la chiesetta della Madonna del Rosario in frazione Coreggia ad Alberobello, fatta costruire intorno al 1750 dal mio avo Leonard'Antonio Matarrese (suocero del Dottor Fisico Don Giorgio Cito) all'interno delle sue (vastissime) proprietà:
la chiesetta della Madonna del Rosarioin frazione Coreggia ad Alberobello
I documenti di Acquaviva delle Fonti
Le
vicende demografiche di Acquaviva delle Fonti, per il periodo cosiddetto
prestatistico, possono essere studiate solo parzialmente; mentre i registri dei
battezzati datano dal 1605, la documentazione delle sepolture comincia solo dal
settembre 1695 e presenta due lacune, la prima da agosto 1702 ad agosto 1704 e
la seconda da settembre 1709 ad agosto 1718.
La registrazione delle
sepolture, inoltre, si riferisce esclusivamente a morti di età non inferiore a
12 anni. Mancano, infine, i registri dei matrimoni e gli stati d'anime.
Nonostante questi limiti non
è stata forse del tutto superflua la raccolta dei dati, soprattutto per gli
spunti che essi hanno offerto a una più puntuale conoscenza delle vicende degli
uomini.
La serie dei battesimi ha
inizio dal 1605: i registri precedenti molto probabilmente andarono perduti nel
corso di un incendio che devastò la chiesa madre di Acquaviva delle Fonti.
Sfuggono, invece, le cause che abbiano potuto determinare la dispersione dei
registri dei morti sino a tutto agosto 1695, come pure sfuggono le ragioni
della mancanza dei registri dei matrimoni e degli stati d'anime.
I
registri dei battezzati, che hanno consentito di ricostruire il fenomeno delle
nascite sino a tutto il 1820, omettono sistematicamente la registrazione dei
battesimi celebrati in casa dall'ostetrica e non perfezionati in chiesa
dall'autorità ecclesiastica per sopravvenuto decesso; a cominciare dalla metà
del Seicento è sempre indicata la data di nascita, che non sempre risulta negli
atti di battesimo della prima metà del secolo; solitamente il battesimo ha
luogo nello stesso giorno della nascita o nel giorno successivo. In ogni atto
di battesimo è indicato il nome del padre e della madre, o della sola madre,
quando si tratta di figli naturali e figurano, inoltre, i nomi del padrino e
del ministro del battesimo, sempre fornito di regolare autorizzazione
dell'autorità ecclesiastica.
Nel corso delle periodiche
visite pastorali i registri erano sottoposti all'esame e al controllo dei
visitatori, che si limitavano ad apporre il visto; solo nella visita del 18
giugno 1699 il visitatore aggiunse -inutilmente- la raccomandazione di usare
"intelligibiliori caractere", cioè una migliore grafìa.
Tutti gli atti di battesimo,
riportati su quinterni staccati, successivamente vennero in varie riprese
rilegati in volume e ciò spiega la mancanza di qualche carta e di conseguenza i
dati incompleti per qualche anno e ciò spiega, infine, il disordine in qualche
volume.
Nei registri dei morti,
anch'essi rilegati in volume, oltre al nome del defunto si trovano indicati il
nome del coniuge o il nome del padre -quando si trattava di celibi- il nome del
confessore, la data della confessione e il luogo della sepoltura; raramente è
indicata la professione del defunto (solo quando si tratta di professionisti o
di notabili); l'età viene indicata solo a cominciare dal giugno 1747. La data
dell'atto si riferisce al giorno delle esequie che, solitamente, hanno luogo
nello stesso giorno del decesso.
Assai frequentemente risulta
l'annotazione che al defunto non era stato possibile somministrare i sacramenti
prescritti perché “repentino morbo correptus”, “gravi morbo correptus”, “de
repente mortuus”, “subitanea morte preoccupatus”; egualmente risulta frequente
l'annotazione che non si era potuto procedere alla confessione “prae violentia
morbi”, “ob vim morbi”. Risultano comunque registrati gli atti di tutti coloro
che fossero morti nel territorio soggetto alla giurisdizione del clero
acquavivese come pure sono registrati sistematicamente i decessi avvenuti nelle
comunità del clero regolare e nei tre monasteri femminili di S. Chiara, delle
Cappuccinelle e delle Benedettine.
La causa del decesso è
indicata saltuariamente, quando si tratta di morte accidentale (“fulmine
correptus”, “de coelo fulmine tactus”, “prolapsus in lacum”, “repertus mortuus
in puteum ruris”, “corruit de arbore”, “corruit e fabrica”, “ob incendium
domi”, ecc.), oppure quando si tratta di morte violenta (“ob vulnus letale”,
“interfectus in nemore”, “enecatus in agro”, “interfectus, percussus a grassatoribus”,
“confossus a furibus in agro”, ecc.); raramente si trova registrata, e sempre
genericamente, la malattia che aveva causato la morte: “ob effusionem
sanguinis” - probabilmente emottisi -,
“morbo apopletico”, “ob subitaneam correptionem morbi hydropisiae”, ecc...
Resta naturalmente da
chiedersi quale percentuale di morti sia stata registrata, dalla chiesa di
Acquaviva, rispetto alla totalità dei morti di quella città, anche se non si
può - allo stato attuale delle conoscenze - fornire una risposta precisa.
Tuttavia non pochi indizi
concorrono a collocare a un livello assai elevato l'incidenza dei “morticelli”
sul totale dei morti: nell'ultimo quadrimestre del 1774 l'incidenza dei
“morticelli” superò il 67 per cento; all'inizio dell'anno successivo essa
superò il 51 per cento; nel quinquennio 1815-1820 l'incidenza dei “morticelli”
fu quasi costantemente superiore al 60 per cento.
Siffatti valori non si
discostano, peraltro, da quelli accertati per Montemilone, una piccola terra
della Basilicata, con la parte meridionale della sua campagna inserita nella
fascia premurgiana.
A un calcolo prudenziale,
pertanto, si può ritenere che gli atti di morte riportati sui registri
parrocchiali di Acquaviva delle Fonti si riferiscano al 40-45 per cento dei
decessi nel complesso, per la sistematica omissione della registrazione dei
"morti piccoli", cioè di età inferiore a 12 anni.
Insomma la qualità del
materiale di base, fornito dai registri dei morti di Acquaviva, è tutt'altro
che soddisfacente, anche se esso può sempre essere utilizzato entro i limiti
suggeriti dalla cautela critica.
Un’ultersiore analisi degli atti del Catasto Onciario
di Acquaviva delle Fonti del 1751, altra fonte delle mie ricerche, è invece
riportata nel volume “Demografia e famiglia nel Mezzogiorno Settecentesco –
Acquaviva delle Fonti” di Giancarla Stama, Cacucci Editore, Bari 2003:
Il catasto onciario di
Acquaviva risale al 1751 ed è conservato presso l’Archivio di Stato di Bari.
E’ costituito da tre volumi,
in buono stato di conservazione, formati da grandi fogli numerati.
Ogni pagina è contrassegnata
da una numerazione antica (n.a.) che presenta alcuni errori (da pag. 1329 la
numerazione passa a 1340 e da pag. 1789 a pag. 1800).
Fortunatamente i fogli
riportano, ogni due pagine della numerazione antica, anche una numerazione
moderna (n.m.) che consente di sfogliare i volumi secondo una successione
ordinata, senza lasciarsi confondere dai salti della prima numerazione che in
realtà non corrispondono a mutilazioni del documento.
Infatti, la fonte difetta di
poche pagine: il primo volume è acefalo di 14 pagine e negli altri volumi
mancano altre 8 pagine che, seguendo la numerazione antica, sono le pagg.
1578-1581 e 1594-1596.
Questo non altera di fatto
la significativà del documento.
Le singole famiglie sono
registrate seguendo l’ordine alfabetico onomastico del capofamiglia.
Il primo volume registra le
famiglie partendo da Agostino Carnevale a Sebastiano Colaninno (n.a. da pag. 14
a pag. 1229 e n.m. da pag. 1 a pag. 589). I fuochi sono numerati da 1 a 830.
Di particolare interesse le
pagg. 568-571 (n.m.) contenenti la “collettività dell’onciario” cioè l’elenco
alfabetico onomastico della popolazione tassata e del relativo importo distinto
in once d’industria e once di beni. Le due pagine seguenti, poi, (pagg.
572-573) contengono la “collettività generale dell’onciario” che elenca solo le
categorie dei contribuenti riportandone il valore complessivo delle tasse in
once. Nel 1751 la popolazione di Acquaviva delle Fonti fu tassata per
complessive 53.038 once.
Il secondo volume, che
contiene la lettera “S” e seguenti, registra i nuclei familiari a partire dal
capofamiglia Sebastiano Montenegro fino a Vit’Oronzo di Napoli. La numerazione
antica prosegue quella del volume precedente da pag. 1230 a 1430.
Occorre precisare che a pag.
1367, con Vit’Oronzo di Napoli, il catasto conclude l’elencazione dei cittadini
per passare a quella di vidue, vergini in capillis e bizzocche.
[…] Il terzo volume sui
“bonatenenti”, cioè su coloro che possedevano beni ad Acquaviva ma non vi
risiedevano, elenca possedimenti di privati cittadini ed enti ecclesiastici a
partire da Alessandro Nicassia di Canneto fino alla Cappella di SS. Sacramento
di Sateramo.
Le regole seguite nel
censimento sono quelle ritrovabili nella maggior parte dei catasti di questo
periodo perché si seguono direttive generali.
In ogni “fuoco” i componenti
della famiglia vengono elencati partendo dal capofamiglia (prima il nome, poi
il cognome), segue la moglie (nome e cognome), poi i figli (di questi vengono
elencati solo i nomi) prima i maschi, poi le femmine in ordine decrescente di
età.
Di ogni componente viene
elencata l’età; del capofamiglia e dei figli maschi si indicano anche le
professioni o, il alternativa, la frequenza scolastica.
Anche i difetti fisici sono
annotati, se presenti (muto, zoppo, sordo, “stroppio”).
Anche per le donne nessuna
citazione, se non quella di “vergine in capillis” (per le donne nubili le
quali, al momento del matrimonio, si tagliavano i capelli), vedova o serva.
Sono ravvisabili anche
alcune imperfezioni nel documento: a volte manca l’età dei sacerdoti.
Alla registrazione dei
singoli componenti in nucleo familiare, vengono fatte seguire informazioni sui
beni posseduti dalla famiglia. Dei fondi viene indicata l’estensione e la
coltivazione, nonché l’ubicazione attraverso la citazione della contrada e di
un proprietario confinante.
La casa può essere di
proprietà del capofamiglia o della moglie, oppure “fittata”, indicandone il
proprietario; viene specificato il tipo di casa, differenziato in tre
tipologie: “sottana”, “soprana”, “palazziata”.
Segue l’indicazione della
“testa”, dell’”industria” e, in ultimo, dei pesi fiscali in once.
Genealogia familiare
Dal seicento al novecentoTornando
a parlare della genealogia della famiglia Aulenta, c’è da dire che il più
remoto antenato del mio bisnonno Filippo Aulenta, del quale si ritrova il nome
in uno dei più antichi libri parrocchiali della Cattedrale di Acquaviva, si
chiamava Angelo e nacque nella prima metà del Seicento.
Negli
anni ’60 del secolo sposò Antonia Gatile ed ebbe almeno due figli: Nicola (1665
circa) e Benedetta (1669). Il nostro ramo discende dal matrimonio tra Nicola
Aulenta e Porzia Risola, celebrato verso gli ultimi anni del ‘600.
Seguono
gli atti di morte di Nicola Aulenta e di sua moglie Porzia Risola,
dall’Archivio della Cattedrale di Acquaviva:
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Almeno
tre dei figli di Nicola Aulenta e Porzia Risola si sposarono ed ebbero discendenza
ad Acquaviva delle Fonti: Angelo sposò Maria Anna Cariello, Francesco Paolo, il
bisnonno del bisnonno di mia nonna Anna, sposò Serafina Ruscigno, e Donato (o Donantonio)
sposò Isabella Rosa Giasi.
Di
altri quattro figli di nome Antonia (n. 1699), Francesco Antonio (n. 1702),
Pietro Antonio (n. 1704) ed Anna Isabella (n. 1715) non si è trovata alcuna
discendenza.
Nell’anno
1751, epoca in cui fu redatto il catasto onciario di Acquaviva delle Fonti,
(cfr. “Demografia e famiglia nel
Mezzogiorno Settecentesco – Acquaviva delle Fonti”) erano cinque le famiglie di
Aulenta a vivere in città.
Si legge: “Donato Aulenta, “mastro falegname” di 35
anni, vive con la moglie Isabella Rosa Giasi di 25 anni. La coppia ha accolto
in casa il padre del capofamiglia Nicola Aulenta di 80 anni, vedovo. Il nucleo
gode di casa propria ed è tassato per 21 once”.
Il
lavoro del falegname (o forse di padrone di una falegnameria o di un’attività
commerciale) era anche quello del mio avo Francesco Paolo Aulenta, come si
legge dagli atti dello stesso catasto onciario in cui è citato il fratello Donato:
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Come
si legge in vari documenti parrocchiali, Francesco e Serafina Ruscigno, oltre a
quelli citati nel catasto del 1751, ebbero altri quattro figli, di cui almeno
due, Leonardo (1738) e Porzia (1740), morti in tenera età e altri due nati dopo
il catasto, Angela (1751) e Domenico (1753).
Quelli
citati nel censimento del 1751 erano Filippo (1737), che diventerà notaio,
Leonardo (1741), che sposerà Anna Maria Cifarelli e morirà durante l’assedio di
Acquaviva nel 1799, Anna Teresa (1744), che sposerà Donato Antonio Cariello, e
Porzia Scolastica (1747) – citata però come Maria –.
Quelli
che seguono, nell’ordine, sono gli atti di battesimo e morte di Francesco Paolo
Aulenta, l’atto di morte di sua moglie Serafina, e l’atto di battesimo del loro
figlio Leonardo, nonno del bisnonno di mia nonna Anna.
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Leonardo
Aulenta, di cui si parlerà ancora nelle prossime pagine, sposò verso il 1776
Anna Maria Cifarelli, figlia di un ricco negoziante conciatore di pelli di
Acquaviva di nome Domenico Cifarelli e di Domenica Nicola De Bellis.
Dalla
coppia nacquero sette figli: Francesco Paolo (1777), Domenico (1779), Serafina
(1780), Domenica (1783), Teresa Maria (1786), Maria Filippa (1789) e Celestina.
Le
vicende storiche di Acquaviva delle Fonti ricordano Leonardo Aulenta come un “facoltoso possidente, cacciatore valente e
come tali assai esperto e coraggioso nel maneggio della armi”[4].
La sua famiglia era certamente ricca e colta.
Anna
Maria Cifarelli morì il 20 febbraio 1790, mentre Leonardo Aulenta morì il 31
marzo 1799:
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Francesco
Paolo Aulenta, figlio di Leonardo e di Anna Maria Cifarelli, portava il nome
del nonno “falegname” ed era il bisnonno del mio bisnonno Filippo.
Dopo
aver studiato a Napoli ed aver partecipato attivamente alle vicende della
Repubblica Partenopea, della quale pagò la disfatta con l’esilio in Francia, si
arruolò nell’esercito francese di Napoleone, con il quale combatté in Spagna e
in Italia, e nei primi anni dell’Ottocento ritornò finalmente ad Acquaviva dove
si sposò con Maria Giuseppa Panizza, figlia di Vitantonio e di Giovanna Sgorgo
e dove negli anni seguenti ricoprì varie cariche tra cui quella di Sindaco e di
Comandante della Milizia Cittadina.
La
famiglia di sua moglie Giuseppa Panizza, forse non ricca come quelle dei
Cifarelli e degli Aulenta, doveva comunque essere benestante.
Sui
suoi nonni paterni Francesco Panizza ed Anna Saveria Pietroforte si trovano
alcuni dati nel già citato catasto onciario di Acquaviva del 1751: verso la metà del Settecento il padre di Maria Giuseppa non era
ancora nato: suo nonno Francesco Panizza, di professione barbiere, aveva però
già avuto tre figlie femmine, Rosa di sei anni, Maria di quattro, e Francesca
di due. Francesco e Anna Saveria abitavano “in casa d’affitto del Reverendo
Capitolo nella Porta di S. Pietro” e pagavano sette ducati l’anno
d’affitto.
Tra le loro proprietà si trova:
Una vigna incolta nel luogo detto Trelame, […] un’altra vigna a Montarelle, […] un vignale di terre nell’istesso luogo.
Da
Francesco Aulenta e Maria Giuseppa Panizza nacquero Leonardo (1806), Vitantonio
(1807), Anna Maria (1809), che si fece suora e si chiamò Suor Clarissa, Filippo
(1810), che morì poco dopo la nascita, Giovanna (1810), Filippo (1812), il mio
quadrisavolo, che sposò Raffaela Sardani, Luigi (1814 circa), Maria Luigia
(1815 circa), che divenne monaca, e Celestina (1817).
Maria
Giuseppa Panizza morì nel 1818, e Francesco nel 1830:
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Il
mio quadrisavolo Filippo Aulenta ebbe dalla moglie Raffaela Sardani otto figli:
Giuseppa (1840), Francesco (1841), Giuseppe (1842), Serafina (1844), Mario
(1846), Maria Rosa (1848), Vito Antonio (1850), e Flaminio (1852).
Questi
sono gli atti di battesimo di Filippo Aulenta e di suo figlio, il mio trisavolo
Vito Antonio:
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Altri due fratelli del mio
quadrisavolo Filippo si sposarono ed ebbero molti figli tutti nati ad Acquaviva
delle Fonti: Leonardo sposò Carmela Pillola ed ebbe Maria Concetta (1839),
Francesco (1840), Angela Maria (1843),
Angela Maria Costantina (1845),
Rosa (1847), Francesco Saverio (1848), Celestina Filomena (1851), Celestina
Emmanuella (1853), e Vittoria
Serafina (1855); Luigi sposò invece Chiara De Leonardis ed ebbe Francesco
Filippo (1850), Maria (1852),
Filippo (1854), Maria (1856), Aurelia Rosa (1858), ed Angela (1861).
Oggi
in Italia gli Aulenta non sono molti: meno di trenta nuclei familiari in tutto,
dei quali solo sei ad Acquaviva delle Fonti. Gli altri vivono quasi tutti tra
Bari e Milano; oltre a questi, poi, ci sono gli Aulenta più direttamente
imparentati con me, discendenti dalle famiglie di Vito (1909-1998) di Antonino
(1912-2001) e di Giorgio Aulenta (1915-1992), fratelli di mia nonna Anna (n.
1913), che vivono a Roma, a Reggio Calabria, a Cesena e a Pordenone.
In
Argentina, poi, vivono i discendenti del fratello del mio bisnonno Filippo,
mentre negli Stati Uniti abitano altri Aulenta discendenti da un figlio di
Mario Aulenta di nome Raffaele, cugino del mio bisnonno.
Alcune
varianti del cognome Aulenta sono Aulenti, Auleta, ed Auletta.
Ad aiutarmi nell’opera di ricostruzione della
genealogia della famiglia Aulenta sono stati in primo luogo mio zio Filippo
Aulenta di Roma con il quale sono stato ad Acquaviva nel 1997, e poi Ralph,
Francesco ed Alessandro Aulenta, discendenti del già citato Mario Aulenta, che
ci hanno fornito parecchie informazioni sul loro ramo della famiglia.
Raffale Aulenta, cugino del mio bisnonno Filippo, si
trasferì negli anni Venti negli Stati Uniti. Fino agli anni Quaranta visse con
la moglie ed i figli a Chicago, per trasferirsi poi in California insieme alla
figlia Rochetta.
Attualmente parte della famiglia vive ancora a Chicago (Frank Aulenta), parte vicino a San Francisco (John Aulenta) e parte nel Sud della California (Ralph Aulenta).
Ancora oggi vivono ad Acquaviva degli Aulenta che
neppure si conoscono tra loro, dal momento che i legami di parentela che li
uniscono sono ormai persi tra le parole spesso illeggibili degli antichi
documenti parrocchiali, ma essi sono tutti “cugini di ennesimo grado” del mio
bisnonno Filippo Aulenta.
Altri documenti tratti dagli atti del catasto onciario di Acquaviva del 1751 sono i quelli delle famiglie di Angelo e di Michele Aulenta.
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Mentre non è possibile
chiarire per mancanza di altri riferimenti chi fosse l’Angelo Aulenta di cui si
trova traccia nel catasto di Acquaviva potremmo identificare Michele Aulenta,
sposato con Maria Gigante e figlio di Angelo (quest’ultima informazione deriva
dai registri parrocchiali) con un nipote del nostro Francesco Aulenta, figlio
cioè di suo fratello Angelo.
Un altro Aulenta (o Aulenti) di cui non è noto il
legame con il nostro ramo ma di cui è rimasta traccia nella storia pugliese
(dal volume “Dei gran maestri e dignitarii delle Vendite dei Carbonari della
Provincia di Terra di Bari nel 1820-21” di Giuseppe De Ninno):
Aulenti Vito Nicola – figlio
di Michele Aulenta e di Maria Natale, nacque in Canneto di Bari il 5 ottobre
1777, e fu arciprete curato nel proprio luogo nativo. Modello esemplare di
sacerdote, fu amato e riverito da tutti, perché si porgeva pio e caritatevole
ai poveri, consolava gli afflitti, predicava e particava il vangelo. Sin dal
1813, con la qualità di socio corrispondente, appartenne alla R. Società Economica
della provincia di Terra di Bari la quale, al dire del compianto nostro amico
Francesco Carabellese, scrittore e studiosissimo di memorie patrie, «rimarrà
sempre come esempio insuperabile di attività intellettuale laboriosa nella
regione tacciata d’infingardaggine e d’apatia [5]».
Amatissimo delle patria e
della libertà, si ascrisse alla Carboneria in epoca anteriore al 1820, e fece
parte della Rispettabile Vendita di Canneto denominata La Croce, e tenne nella
Setta il grado di maestro e poi, per le sue rare virtù, venne eletto Gran
Maestro nella cennata Vendita, carica ch’egli, con molto accorgimento, esercitò
durante i moti liberali del 1820-21, nel qual tempo egli si mostrò Carbonaro
«effervescentissimo» ed «accompagnò la bandiera per l’intero paese», predicando
poi in chiesa i pregi della Costituzione.
Fu in intimi rapporti di
amicizia col suo illustre concittadino marchese Domenico Nicolai, che fu
deputato al Parlamento Nazionale, e combattè poi coraggiosamente la partenza
del re per Lubiana, facendo poco dopo, a proprie spese, armare duecento
Legionari per battersi alla frontiera.
Sedati quei moti, tornato il
governo assoluto, sebbene ritirato nella decorosa solitudine domestica, ebbe D.
Vito Nicola Aulenti, per denunzie di correligionario, a soffrire inquisizioni e
fastidi; destituito dalla carica di arciprete e mandato a confine a Bitetto,
ove poi, rispettato da tutta quella ospitale cittadinanza che lo considerò, fin
che visse, come benemerito concittadino, per la sua indole singolarmente
modesta, morì il 7 settembre 1860 nella qualità di canonico penitenziere di
quel capitolo cattedrale, senza aver potuto vedere l’Italia una ed
indipendente, ideale della sua vita, sempre nobilmente vissuta.
Morì, com’era vissuto, senza
rimorsi e libero. Egli è ancora ricordato da quella nobile cittadinanza con
grata ed affettuosa riverenza per la dottrina, per il patriottismo, e per
l’animo squisitamente gentile.
I fratelli di lui Francesco,
cancelliere del Giudicato regio, e Giuseppe, medico di professione, ambo Carbonari,
soffrirono pure le politiche persecuzioni da parte di gente spregiatrice della
legge, obbediente solo alle voglie di chi può ciò che vuole. […]
[1] Tratta dalla copertina del volume “Demografia e
famiglia nel Mezzogiorno Settecentesco – Acquaviva delle Fonti” di Giancarla
Stama, Cacucci Editore, Bari 2003.
[2] Dal volume: “I Martiri ed i Perseguitati Politici di
terra di Bari nel 1799” di Giuseppe de Ninno, Bari, 1915
[3] Vedi trascrizione e traduzione a pag. 640
[4] Cfr. “I martiri ed i perseguitati politici di
Terra di Bari nel 1799” di Giuseppe de Ninno, Bari 1913
[5] In “Rassegna Pugliese”, anno XVIII, pag. 379


