L'albero genealogico
L'albero genealogico che segue è stato ricostruito tramite ricerche personalmente svolte a partire dal 1996 presso l'Archivio di Stato di Reggio Calabria (per la parte Ottocentesca), l'Archivio di Stato di Napoli (per i decenni centrali del Settecento) e l'Archivio della Curia di Reggio Calabria. Si noti che l'albero, per ragioni di privacy, non comprende i rami più "moderni" di Arcidiaco.
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Le origini della famiglia Arcidiaco
Un’interessante premessa: il cognome Arcidiaco deriva, per una caduta delle ultime due lettere, dall’appellativo “arcidiacono”.
Nel “Dizionario dei Cognomi Italiani” [1] si legge:
“Arcidiàcono: con le varianti Arcidiàcona e Arcidiàco, è un cognome caratteristico dell’Italia meridionale (dove predomina nel Reggino la forma Arcidiaco). Si è formato nel Medio Evo, attraverso un originario soprannome, dal titolo di ufficio e di grado della gerarchia ecclesiastica arcidiacono, ovvero il capo dei diaconi di una chiesa o del capitolo di una cattedrale, o anche il vicario del vescovo”.
Benché qualche fonte non troppo attendibile ponga l’origine della nostra famiglia in Sicilia o addirittura nell’antica Cartagine, le ricerche svolte all’Archivio della Curia Arcivescovile di Reggio Calabria hanno dimostrato che gli Arcidiaco appaiono fin dalla metà del XVI secolo a San Lorenzo, un piccolo paese arroccato sull’Aspromonte, in provincia di Reggio.
Ciò che è possibile aggiungere a quanto detto è che nella zona di San Lorenzo esiste una tradizione linguistica particolare: quella grecanica. La punta della Calabria mantenne infatti per molti secoli gli usi e costumi ereditati dall’epoca della Magna Grecia, tanto che alcuni comuni dell’area di San Lorenzo fanno parte di una zona detta “grecanica” dove ancora oggi si parla un dialetto molto simile al greco antico.
Secondo fonti attendibili[2] sono in effetti innumerevoli nella Calabria grecanica a sud di Catanzaro (la cosiddetta “Calabria Ulteriore”) i cognomi di origine greca: basti citare alcuni cognomi tipici come Calògero “monaco”, Caridi “noce”, Crèa “carne”, Crupi “vaso rotto”, Crisafi “oro”, Falcomatà “calderaio”, Papajanni “prete Gianni”, Scordo “aglio”, Tripodi “trepiede”, ed una curiosità interessante è che in Grecia esiste tuttora un cognome molto simile al nostro: “ArkidiakoV”[3].
Le più remote tracce dei nostri antenati di San Lorenzo si trovano però, ben dopo l’epoca della Magna Grecia, tra gli antichi registri della Parrocchia Dittereale di Santa Maria di Ceramia e della Parrocchia Arcipretale di Santa Maria della Neve a San Lorenzo, dove nel 1880 fu registrato anche il battesimo del mio bisnonno Giuseppe.
Una Lucrezia “Archidiacono”, per esempio, compare nell’atto di morte di sua figlia Caterinella datato 12 febbraio 1602, mentre una Polita Arcidiaco fu testimone di un matrimonio nel 1603, ed un Lorenzo Arcidiaco morì all’età di circa 89 anni il 24 novembre 1631, risultando così essere nato verso il 1542.
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Le fonti su cui si sono basate le mie ricerche sulla famiglia Arcidiaco di San Lorenzo sono principalmente quattro: gli atti di Stato Civile, gli atti notarili, i documenti parrocchiali delle due Chiese di San Lorenzo e gli atti dei due Catasti Onciari (censimenti) di San Lorenzo del 1746 e del 1754.
I documenti di Stato Civile di San Lorenzo, depositati presso l’Archivio di Stato di Reggio, coprono il periodo 1809-1920 e sono costituiti da alcune decine di quaderni divisi per anno e quasi sempre comprensivi di indici di nascita, di morte e di matrimonio, e da vari fasci di documenti detti processetti matrimoniali (le odierne pubblicazioni allegate ai matrimoni: fedi di nascita o di battesimo degli sposi, atti di morte dei genitori degli sposi, ecc.ecc.). I documenti sono per la maggior parte prestampati e compilati a mano in italiano.
Gli atti notarili di San Lorenzo, conservati presso lo stesso archivio di Stato, partono invece dal 1723. La consultazione è più difficile perché sono interamente scritti a mano, a volte in latino o con calligrafie poco leggibili e spesso senza indici delle parti contraenti.
Gli atti parrocchiali, depositati presso l’Archivio della Curia Arcivescovile di Reggio Calabria, coprono invece il periodo più lungo: dal 1593 al 1900. Sono costituiti da circa 65 registri di battesimo, morte e matrimonio e da tre registri di cresime.
Un lungo e paziente lavoro “da certosini”, tuttora in corso, ha permesso di digitalizzare tutti dei registri e di trascriverne il contenuto in modo da rendere più agevoli e veloci le ricerche compilando un archivio digitale che si è rivelato un’inesauribile fonte di scoperte.
Il paese di San Lorenzo in Provincia di Reggio Calabria, oggi purtroppo in stato di parziale abbandono, è posto sul crinale del contrafforte divisorio che separa le fiumare Tuccio e Amendolea, all’altezza di 787 metri sul livello del mare. Il territorio comunale è molto ampio: latitudinalmente si estende dalla fiumara dell’Amendolea fino ad oltre quella del Tuccio, e longitudinalmente ha inizio dall’Aspromonte e si inoltra fino al mare all’estremo sud della Calabria, con la frazione della Marina di San Lorenzo.
La zona più alta dell’abitato, la Contrada Castello, è composta per la maggior parte da gruppi di rocce, ed è stata per molto tempo utilizzata come cava di pietra per la costruzione delle abitazioni e dei muri a secco di sostegno delle stesse case e della viabilità.
Alla principale zona residenziale, sviluppata attorno alla piazza centrale, si accostano altre fasce di abitazioni, poste su vie parallele al percorso principale, intersecate da viottoli scoscesi, impraticabili durante le piogge per il pericolo di essere travolti dalla corrente.
Oggi le case diroccate e le anguste vie del paese accolgono le poche centinaia di abitanti che ancora vivono in questo luogo in cui il tempo sembra essersi fermato. Già dal XVI secolo, però, San Lorenzo era dotato di due parrocchie, un’arcipretale, anticamente detta protopapale, in cui si professava il rito latino, ed una dittereale, antica depositaria del rito greco bizantino, e tra il 1720 ed il 1891 fu servito da vari notai, cosa che lo rendeva degno di un certo rispetto.
Le case del centro abitato, nella stragrande maggioranza, erano e sono ancora oggi composte da un piano terra adibito a magazzino per le derrate alimentari da conservare per la stagione invernale, e da un primo piano, su un livello superiore, con i servizi primari ed unici delle famiglie. La presenza del forno, del lavatoio, di un pergolato e di un pollaio, determinavano un sistema di vita all’aperto, a stretto contatto con la strada e con le altre famiglie.
San Lorenzo fu fondato dalle popolazioni della Marina che vi si rifugiarono per sfuggire alle numerose incursioni piratesche, incursioni che continuarono senza sosta per molti secoli, tanto da far si che la popolazione del comune raggiungesse, alla fine del XIX secolo, oltre seimila abitanti.
Il paese si sviluppò avendo come suoi casali San Pantaleo, Santa Maria di Ceramia, San Teodoro e Bagaladi.
Feudo medievale degli Abenavoli, venduto nel 1608 ai Ruffo, divenne Comune nel 1811.
Anche San Lorenzo riportò gravi danni a causa del terremoto del 1783 e venne ricostruito con sacrifici e fatica da parte dei superstiti.
Simbolo del paese è il grande olmo centenario che sorge nella piazza principale: la leggenda riferisce che quest’albero venne piantato nel paese da Ludovico Abenavoli[4], che tornava vittorioso dalla disfida di Barletta, combattuta il 13 febbraio 1503 durante la guerra tra Francesi e Spagnoli per il dominio sulle regioni del Sud Italia.
Al termine dell’età feudale l’ordinamento amministrativo disposto dai francesi per legge del 19 gennaio 1807 fece di San Lorenzo un “Luogo”, ossia un’Università nel cosiddetto Governo di Melito. Nel 1811, in occasione del riordino, San Lorenzo venne poi riconosciuto Comune e gli vennero annesse le frazioni di San Pantaleone e Chorio[5].
Anche in queste frazioni vicine vivevano molti Arcidiaco. I registri di Stato Civile e quelli ecclesiastici di questi paesi sono attualmente in fase di studio.
Nel periodo in cui vissero i più antichi Arcidiaco di San Lorenzo fin ora conosciuti, il Regno di Napoli era sotto il dominio spagnolo della famiglia Asburgo, che vedeva l’Italia come una terra da spremere per procurarsi denaro, truppe e viveri. La politica fiscale del Viceré Conte di Lemos, che nel luglio del 1599 fu inviato a Napoli come Governatore dal Re di Spagna Filippo III, andava a danno di tutte le classi sociali del Regno. Uno dei primi provvedimenti adottati dal Viceré fu l’imposizione di nuove tasse, di cui un esempio è la "Regia imposta sull’industria serica di tutto il Regno", ovvero la tassa sulla seta, un bene prodotto in larga quantità nel reggino dove, nei mesi di aprile e luglio, non vi era famiglia che non fosse coinvolta nella raccolta dei bozzoli.
Le cronache di quegli anni parlano di molti abbandoni della terra da parte dei piccoli proprietari per i troppi debiti in cui versavano, ma anche dei fallimenti di molti massari, in gravi difficoltà per il ripetersi dei cattivi raccolti e per l’esosità dei contratti d’affitto.
I feudatari di San Lorenzo, che non faticavano ad imporre pesanti tributi alla popolazione, erano stati prima gli Abenavoli, e poi, dal 1608, i Ruffo di Bagnara Calabra, che avevano preso prima il titolo di baroni e poi quello di duchi, ed avevano esteso i propri domini sui paesi di Solano, Motta San Giovanni, Baronello, San Lucio, Amendolea, San Lorenzo, Fiumara, Melicucco e Careri.
Le tasse servivano però anche per pagare i "dispendis di guerra”: a Reggio per esempio ne fu introdotta una nel 1610 per l’approvvigionamento "dei soldati della Paranza di Sugliano del Capitano Cesare Spatafora" che presidiavano Reggio contro possibili attacchi dei turchi.
Non era cosa rara, in effetti, assistere a vere e proprie fughe dalle città poste sul mare, come Reggio, per rifugiarsi nell’entroterra a causa delle incursioni dei pirati turchi.
Una di queste incursioni avvenne nel 1594, quando l’imperatore ottomano Murad III (1574-1595) da Costantinopoli inviò in Italia meridionale il suo ammiraglio Hassan, per distruggere “le città marittime quivi dislocate”.
La notizia dell’imminente assalto, raccontano, giunse a Reggio con un certo anticipo e, non esistendo in città un presidio adeguato alla difesa, la gente terrorizzata si preparò alla fuga.
Lo stesso Preside della Provincia posto a capo dei presidio di Reggio, Diego Aialà, ordinò a tutti gli abitanti del comprensorio di abbandonare le abitazioni e di ritirarsi verso l’interno collinare, portando la maggior quantità possibile dei propri averi…
Non ultime erano a
quell’epoca le persecuzioni religiose: negli anni ’60 del Cinquecento un tal
Pietro Antonio Pansa, uomo inflessibile, che sottomise a tortura diversi
malcapitati sospetti di eresia, fu inviato dal Viceré a Reggio. Proprio in
seguito a tali processi furono “condannati quattro cittadini di Reggio ed
undici di San Lorenzo e tra questi ultimi ben sette cappuccini”. In
un’altra cronaca si trova ancora: “in lo detto anno 1563, a 8 settembre,
venne Pansa a Reggio e incendiò con la morte di quattro persone, e a 23
settembre incendiò a San Lorenzo due asini e due donne”[6].
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Il suo ramo familiare ha origine da due antichi rami di Arcidiaco: il primo, quello da cui il mio bisnonno discese direttamente, ha inizio alla fine del Seicento con Francesco Arcidiaco, sposato con Maria Spanò, del quale per ora non si sono trovate ulteriori e più antiche tracce, mentre il secondo ha come capostipite Nardo Arcidiaco, nato nella prima metà del Cinquecento, nonno del nonno del bisnonno di Francesca Arcidiaco (1784-1853), bisnonna del mio bisnonno da parte della sua nonna materna.
I due rami, forse un tempo uniti e discendenti da un unico avo comune, si unirono nel 1864 al momento del matrimonio tra il mio trisavolo Lorenzo Arcidiaco, discendente di Francesco, e la mia trisavola Domenica Mafrici, discendente di Nardo.
Questo Nardo, o meglio Bernardo, visse a San Lorenzo nel Cinquecento, sposò Vittoria Sarullo ed ebbe almeno due figli: Giando, alias di Giandomenico, da cui discende il ramo del mio bisnonno, e Polita.
Si leggono i loro nomi in alcuni atti parrocchiali tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento in cui Nardo, sua moglie Vittoria, o uno dei figli, comparve come testimone, madrina, o padrino.
Si trovano invece tracce di Francesco Arcidiaco nell’atto di matrimonio di suo figlio Andrea, nonno del nonno del mio bisnonno, sposatosi nel 1764 a San Lorenzo con Bruna Catania.
In questo documento Andrea è detto “otto ab hinc annis circiter huius supradicte Archipresbyteralis”, il che significa che egli si trasferì a San Lorenzo verso il 1756, due anni dopo il censimento del 1754.
Quale fosse la sua esatta origine è purtroppo difficile a scoprirsi: appare però plausibile il fatto che il suo ramo familiare non mancò dal paese che una o due generazioni, trovandosi tra l’altro, durante il Seicento, altri suoi omonimi “Andrea Arcidiaco” in paese.
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Gli Arcidiaco di San Lorenzo, spesso citati nei documenti del Settecento come “Arciaco” e a volte in quelli più antichi come “Archidiaco”[7] (e solo in un paio di casi Arcidiacono o Archidiacono), erano per lo più, con qualche rara eccezione, dei braccianti, custodi di bestiame, faticatori o “vaticali” (cioè trasportatori), e furono durante il Seicento, il Settecento e l’Ottocento una famiglia numerosa e piuttosto ramificata.
Il documento che segue per esempio è l’atto di battesimo di Francesco Carmine Arcidiaco, padre del mio quadrisavolo Domenico, datato 10 aprile 1766.
Il parroco era a quell’epoca l’Arciprete Filippo Tegani, e si legge chiaramente che il suo cognome è indicato come “Arciaco” e non Arcidiaco.
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I più antichi Arcidiaco, Nardo e Vittoria, così come il loro figlio Giando Arcidiaco e sua moglie Elena Farcumatà, vivevano in una realtà di instabilità politica ed economica ma anche di epidemie e di calamità naturali (si ricordano i terremoti del 1599 e del 1603) ed erano con tutta probabilità dei semplici contadini analfabeti.
Lo stesso vale per i genitori di Elena Farcumatà, Giovanni Pietro Farcumatà e Cornelia Virduci, dei quali si ritrovano i nomi in un atto di battesimo del 1617 in cui la mia antenata Elena fece da madrina[8].
Tutti erano nati e vissuti sempre a San Lorenzo, e probabilmente dopo il matrimonio avevano preso in affitto la terra da uno dei signorotti locali: erano quindi plausibilmente ben lontani dalle preoccupazioni politiche dell’epoca, anche se, come tutti, dovevano nutrire un certo disagio per l’oppressione ancora di tipo feudale cui erano sottoposti.
Giando ed Elena ebbero almeno sei figli: Lorenza, nata verso il 1602, Caterina (1609), Francesco Antonio (1611), Costantino (1613-1680), Cornelia (1616) e Bernardo (1619).
Elena morì il 9 luglio 1622, tre anni dopo aver dato alla luce l’ultimo figlio Bernardo, mentre non è stato ritrovato l’atto di morte di suo marito Giando.
C’è da dire che in quegli stessi anni vivevano a San Lorenzo anche un altro Giovanni Domenico Arcidiaco, sposato con Lucrezia Pluvio, ed un Nanelio Arcidiaco, sposato con Lucrezia Scordino, entrambi, sicuramente, imparentati con il nostro Giandomenico.
Quello che segue è l’atto di matrimonio tra Giando Arcidiaco ed Elena Farcumatà, datato 24 gennaio 1599 e conservato, come tutti gli atti parrocchiali riportati nelle prossime pagine, presso la Curia Arcivescovile di Reggio Calabria:
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Costantino Arcidiaco, figlio di Giando ed Elena, fu bisnonno del bisnonno del bisnonno di mio nonno Lorenzo.
Fu battezzato nella Chiesa Arcipretale di San Lorenzo il 10 novembre 1613 dall’Arciprete Desio Clavitterio, e sposò alla fine degli anni ’30 del Seicento Elisabetta Scordino, dalla quale ebbe almeno cinque figli. Rimasto vedovo, si risposò nel 1676, all’età di 63 anni, con Poeta Addario, vedova di Giuliano Ambrosino, dalla quale invece non risulta aver avuto figli. Negli ultimi anni di vita si trasferì poi a Pentidattilo, dove il suo atto di morte è registrato nel 1680 (Chiesa Arcipretale di San Pietro e Paolo).
Suo fratello Francesco sposò invece Maria Nocera ed
ebbe quattro figli.
I cinque figli di Costantino ed Elisabetta si chiamavano Maddalena, nata a San Lorenzo nel 1640 e morta a pochi giorni, Giovanni Domenico (1645-1689), che sposò nel 1667 Graziosa Spatafora, Antonio, che sposò nel 1673 Complizia Asprea, Ippolita (1661 circa - 1689), che sposò nel 1675 Filippo Marino e morì di parto quindici giorni dopo aver dato alla luce la figlia Caterina, e Gabriele, che sposò nel 1677 Mattea Marino, sorella di Filippo.
Come nei decenni precedenti, la situazione del reggino a quell’epoca continuava a non essere delle migliori: mentre gli spagnoli continuavano a governare il Regno di Napoli con le gravi conseguenze che ne derivavano, diverse calamità piombarono su quella regione.
Il 20 luglio 1621 si abbatté su Reggio una violenta tempesta di grandine e di pioggia, accompagnata da fortissimo vento di ponente, che fu causa dello straripamento delle fiumare nelle strade pubbliche, con gravi danni alle stesse abitazioni urbane meglio costruite e di proprietà delle famiglie abbienti cittadine.
Il 23 marzo del 1622 una forte scossa sismica del tipo ondulatorio, ripetutasi l’11 luglio successivo, nel danneggiare ulteriormente le strutture edilizie della città, fu la diretta causa di un lungo periodo di carestia.
Con questo evento sismico riprese infatti l’intensa attività vulcanica dei crateri che si trovano nelle isole Eolie, che per lungo tempo emisero nell’atmosfera un fumo misto a ceneri destinato a depositarsi sulle regioni circostanti.
La storiografia tradizionale ci dice che nel reggino, a causa dello stratificarsi delle ceneri vulcaniche sui campi coltivati, molti alberi da frutto, compresi i gelsi per l’allevamento del baco da seta, si ammalarono e si essiccarono così come i pochi cereali dislocati lungo i terrazzamenti di monte, con una drastica diminuzione nella produzione agricola.
A queste avversità si aggiungeva una grave crisi monetaria nel 1622, con la conseguente svalutazione del carlino attuata dalla corona, che diede il colpo di grazia all’economia reggina.
Le difficili condizioni dei contadini si aggravarono ulteriormente soprattutto all’indomani della terribile pestilenza dei 1636.
L’intensità dell’epidemia, che in breve tempo dilagò in tutto il reggino, è testimoniata dalla stessa storiografia del tempo che indica la peste del ‘36 come uno dei principali fattori responsabili della “sensibile involuzione demografica che caratterizza la città di Reggio per tutto il Seicento”.
Alla peste, poi, fece seguito la diffusione nel 1638 di una malattia al tempo sconosciuta, che fu causa di morte repentina.
La malattia, che sappiamo colpiva alla gola impedendo l’ingestione di cibi e bevande e provocando il soffocamento soprattutto nei bambini e nelle persone anziane, sembra fosse stata importata a Reggio da Napoli attraverso il continuo via vai delle truppe destinate al presidio della città.
Giovanni Domenico Arcidiaco, figlio di Costantino e di Elisabetta Scordino, portava il nome del nonno paterno ed era il nonno del bisnonno del bisnonno di mio nonno Lorenzo.
Nacque a San Lorenzo il 19 febbraio 1645, ma i documenti indicano che in seguito visse anche nel paese di Gallicianò, un villaggio isolatissimo e oggi quasi disabitato dove fino a poco tempo fa si poteva arrivare solo percorrendo una pericolosa stradina priva di parapetti ed in forte pendenza.
Si tratta attualmente di uno dei pochi luoghi dove ancora si parla correntemente il “grecanico”, ossia la lingua dei greci di Calabria, che possiamo supporre fosse anche l’unica lingua parlata dagli antichi Arcidiaco.
I documenti indicano che anche la sorella minore del nostro Giovanni Domenico, Ippolita Arcidiaco, che nel 1675 aveva sposato a San Lorenzo Filippo Marino, aveva vissuto a Gallicianò.
A ventidue anni Giovanni Domenico era però tornato a San Lorenzo per sposare Graziosa Spatafora, figlia di Giovanni Domenico Spatafora e di Teodosia (o Adisia) Miserrafiti. Era il 21 novembre del 1667.
Nel loro atto di matrimonio, celebrato nella Chiesa Arcipretale di San Lorenzo, si legge che lo sposo apparteneva alla Parrocchia di San Giovanni Battista del paese di Gallicianò:
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Giovanni Domenico morì molto giovane a San Lorenzo,
il 20 marzo 1689 (nel suo atto di morte l’età riportata è trentacinque anni, ma
sappiamo che a quell’epoca ne aveva da poco compiuti quarantaquattro), mentre
sua moglie Graziosa morì il 23 novembre 1717 a circa settant’anni.
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Nei registri della Parrocchia Arcipretale di San Lorenzo si ritrovano gli atti di battesimo di quattro dei figli di Giovanni Domenico e Graziosa Spatafora: Sebastiano (1680-1727), Costantino (1683-1684), Teodosia (1685-1688) ed Antonino (1688-1702), e gli atti di morte di una figlia di nome Adisia, morta a due anni nel 1679 e di un figlio di nome Bernardo, morto a circa 45 anni nel 1713.
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Il motivo per cui i primi atti di nascita dei figli di Giovanni Domenico e Graziosa appaiono a distanza di ben dieci anni dal loro matrimonio è che i registri di battesimo della Chiesa Arcipretale di San Lorenzo vanno dal 1607 al 1647 e dal 1679 in poi, lasciando quindi un vuoto di ben trentadue anni che può essere colmato in parte grazie ai riferimenti che si trovano nei registri di morte e di matrimonio.
Oltre ai sei già citati, in effetti, esisteva almeno un altro figlio di nome Giovanni Domenico (che portava lo stesso nome di suo padre e del suo nonno materno, anche se il più delle volte era citato nei documenti con il solo nome Domenico), di cui si trovano molte tracce in vari atti successivi.
Questo figlio potrebbe essere nato prima del 1679, oppure potrebbe essere nato a Gallicianò, dove prima del matrimonio risiedeva il padre. Un’ulteriore indagine nei registri di Gallicianò sarebbe indispensabile per scoprire la verità.
I seguenti documenti riguardano invece Sebastiano Arcidiaco, un altro dei figli di Giovanni Domenico e Graziosa di cui si sono trovati sia l’atto di battesimo che quello di morte:
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Sebastiano Arcidiaco sposò Mariana Miserrafiti (1686-1702), dalla quale nel 1702 nacque un solo figlio di nome Giuseppe come il nonno materno.
Rimasto vedovo nello stesso anno, Sebastiano si sposò nel 1703 con Maria Maurici (1676-1746) da cui ebbe cinque figli: Costantino (1704-1778), Graziosa (morta nel 1725), Domenica (morta nel 1718), e altri due, entrambi di nome Antonio, morti ancora in fasce nel 1705 e nel 1707.
I suoi fratelli Bernardo e Giovanni Domenico sposarono invece Giuseppa Pelligrone e Caterina Maisano ed ebbero rispettivamente cinque e sei figli battezzati a San Lorenzo.
I figli di Domenico e Caterina Maisano si chiamavano Giovanni Domenico (nato nel 1689 circa), Anna Teodosia (1693), Domenica (1696), Sabba Francesco (1704-1783), Nunzia (1708) ed Antonino (1717).
I figli di Bernardo e Giuseppa Pelligrone si chiamavano invece Agostina (1695-1762), Lorenzo Antonino (1702), Lorenza Domenica (1708 circa), Antonino (1708), e Caterina (1713, morta a due giorni).
Caterina Maisano morì nel 1740 “in domo conducta prope Ecclesiam Divi Sebastiani” (in casa d’affitto presso la Chiesa di San Sebastiano) mentre suo marito Domenico Arcidiaco risulta essere morto a San Lorenzo nel 1748 all’età di 95 anni, età che, a dir la verità, sembra decisamente esagerata.
Una particolarità che si trova nel suo atto di morte (dal libro dei defunti della chiesa Arcipretale di San Lorenzo, 1734-1762) è la seguente: si legge testualmente che, il 14 aprile 1748, morì “Domenico Arciaco Eremita Ecclesie Divi Joanne Baptiste, viduus quondam Catharine Maisano Archpresbyteralis Parochie etatis sue annorum nonaginta quinque circiter in Regione Prumella”.
Il fatto che egli, negli ultimi anni della sua vita, fosse stato eremita della chiesa di San Giovanni Battista della frazione Prunella, che tra l’altro a quell’epoca era nuovissima essendo stata terminata nel 1746, significa che era stato nominato dal curato come custode di quella chiesa.
Non è difficile immaginarlo molto anziano e curvo, con i capelli bianchi e il viso abbronzato, vivere in una casetta attigua alla chiesa con le sole elemosine che gli lasciavano i contadini, intento giorno dopo giorno ad aprire e chiudere l’edificio sacro, ad illuminarlo con la luce di alcune candele, a suonare le campane e a prendersi cura delle suppellettili.
L’atto di battesimo di suo figlio Francesco Sabba Arcidiaco (citato nella maggior parte degli atti con il solo nome di Francesco) è riportato nel registro dei battesimi della chiesa Arcipretale di San Lorenzo appena prima di quello di suo cugino Costantino Arcidiaco, figlio di Sebastiano e Maria Maurici:
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Un altro ramo di Arcidiaco di San Lorenzo, che discendeva da Francesco (1611), fratello di Costantino (1613) e figlio di Giandomenico ed Elena Farcumatà ebbe meno discendenze: i figli di Francesco si chiamavano Mariana (1630), che nel 1651 sposò Paolo Cilione, Marco (1639), Geronima, che nel 1660 sposò Marc’Angelo Tripodi, e Giovanni Lorenzo, che nel 1657 sposò Pompilia Arcudi.
Giovanni Lorenzo e Pompilia Arcudi ebbero due figlie di nome Anna e Francesca e probabilmente un figlio di nome Antonio, che sposò Margherita Coratora negli ultimi anni del Seicento.
Il figlio di Antonio, che si chiamava Giovanni Lorenzo come il nonno ed era nato verso il 1700, fu l’unico a quanto pare a dare una discendenza di Arcidiaco a questo ramo della famiglia.
[1] “Dizionario dei cognomi italiani” – Mondadori, Milano 1978-1997, di Emidio De Felice.
[2] Basti citare l’imponente opera del Rohlfs con il suo “Dizionario dei cognomi e soprannomi in Calabria”
[3] “Dictionary of Pronunciation and Usage of the Grecanic Dialect of Southern Italy”, Università di Patrasso (Grecia)
[4] Le più antiche notizie della famiglia Abenavoli indicano a capostipite Riccardo Primo, che nel 1119, unitamente ad altre undici familie nobili del luogo riedificarono Atella chiamandola Aversa (NA). In una vecchia documentazione reggina troviamo annotato che il Consiglio Comunale di Reggio (o come denominato allora, “Reggimento dell’Università”), nella seduta del 21 febbraio 1513, concedeva la cittadinanza al “Magnifico Giò Battista Abenavoli del Franco, utile signore della terra di San Lorenzo”. Il fratello Ludovico fu uno dei tredici campioni iraliani resi celebri dalla famosa “disfida di Barletta” del 1503 – Cfr. “San Lorenzo, note e memorie storiche dalle origini al XX secolo” di Carmelo Bagnato.
[5] Il territorio e l’abitato di Chorio erano in precedenza una dipendenza del paese di Pentidattilo (dove però, dai censimenti della metà della metà del Settecento, non risultavano abitare Arcidiaco), da cui si erano mossi i coloni che avevano scelto questo sito più interno per essere meno esposti alla vessazione dei corsari che sbarcavano ripetutamente a Melito, per depredare le zone più prossime al mare. La duchessa di Melito e baronessa di Pentidattilo, donna Teodora Alberti, non volendo lasciare questi “villani” senza il beneficio spirituale di una chiesa, pia quale era, nel 1725 fece costruire nel borgo un tempio sufficiente alle loro riunioni religiose, dedicandolo a San Pasquale di Baylon, ed assegnando ad esso tante rendite bastanti al mantenimento di un cappellano – Cfr. “San Lorenzo, note e memorie storiche dalle origini al XX secolo” di Carmelo Bagnato.
[6] Dal volume “San Lorenzo, note e memorie storiche dalle origini al XX secolo” di Carmelo Bagnato.
[7] La forma Archidiaco è forse dovuta al fatto che le due prime sillabe del cognome greco possono essere arci e non arki. Una ritrascrizione esatta dal greco sarebbe quindi "Archidiaco", col gruppo "ch" da pronunciare come in tedesco nella parola "licht" o nel greco moderno "òchi". La forma Arciaco è probabilmente dovuta al fatto che a quell’epoca si pronunciava la d alla greca cioè dh come il gruppo 'th' nell'inglese 'there'. La 'd' era pronunciata “d” solo dopo n o r. Questo suono ha tendenza all'elisione.
[8] Cfr. nel “Liber Renatorum” della Chiesa Arcipretale di San Lorenzo dal 1607 al 1646 l’atto di battesimo di Antonino Sfaraone, 5 novembre 1617. Il cognome Farcumatà o Farcomatà (il cui significato deriva dal greco “calkwmataV”, ovvero “calderaio”) diventerà, nei secoli successivi, Falcomatà.
Gli Arcidiaco di San Lorenzo nel Settecento
Circa cinquant’anni dopo la nascita del mio avo
Costantino (1704-1778), cioè verso la metà del Settecento, a San Lorenzo
vivevano cinque famiglie di Arcidiaco, tutte discendenti o imparentate con
quelle di cui si è parlato nelle pagine precedenti.
Oltre a Costantino e Francesco, che erano cugini,
c’erano infatti Giuseppe (1702-1755), figlio di Sebastiano Arcidiaco e Mariana
Miserrafiti e fratellastro di Costantino, Giovanni Domenico (1689 circa-1779),
fratello di Francesco, e Giovanni Lorenzo (1700 circa-1757), figlio di Antonio
e Margherita Coratora, e cugino di Costantino e di Francesco (i rispettivi
nonni paterni erano cugini).
Oltre a questi e alle loro famiglie, a San Lorenzo
vivevano Agostina Arcidiaco (1695-1762), moglie di Domenico Tripodi e figlia di
Bernardo Arcidiaco e Giuseppa Pelligrone, cugina di Costantino, ed Antonia
Arcidiaco (nata verso il 1729), moglie di Domenico Maisano e figlia di Giovanni
Lorenzo.
Proprio in quegli anni, infine, il nostro Andrea
Arcidiaco, figlio di Francesco e Maria Spanò, si era trasferito in paese
riunendosi molto probabilmente alla
famiglia da cui provenivano i suoi avi.
Degli anni in cui vissero questi Arcidiaco, si
ricordano in particolare la pestilenza del 1743, la carestia del biennio
1763-1764 e, soprattutto, il terribile terremoto del 1783. In quell’anno la
Calabria fu infatti investita da una sciagura particolarmente violenta,
caratterizzata da cinque scosse catastrofiche dell’XI grado della scala
Mercalli (5, 6 e 7 febbraio, 1 e 28 marzo 1783) e da varie centinaia di scosse
“minori”’ (alcune delle quali del IX grado, come quella del 26 aprile 1783),
che colpì e distrusse o danneggiò gravemente molti paesi tra cui San Lorenzo,
che fu quasi completamente raso al suolo. A questo terremoto, poi, seguì anche
la malaria a provocare perdite maggiori.
A proposito del disastro del 1783, è interessante
leggere in un articolo una descrizione del terremoto scritta all’epoca dei
fatti dal parroco di Santa Cristina d’Aspromonte (RC), un paese a pochi
chilometri da San Lorenzo[9].
La situazione disperata di quel paese è evidentemente più o meno la stessa di
tutti i paesi dei dintorni:
L’anno del Signore 1783 addì
5 febbraio, mercoledì, verso l’ore 19 d’Italia, fu sulla terra l’ira di Dio e
tremò tutta di repente, sicché non solo la nostra città di S.a
Cristina, ma le altre e i paesi di questa
Provincia, men diciannove, fur demoliti; anche l’alma Messina oltre
faro. I campi sovversi, le valli colme – incredibile, ma vero; i lavoranti in
aperte pianure fur visti in altro luogo a circa un miglio, insieme con gli
animali bruti senz’alcuna lesione; esse pianure tutte avvallate onde s’ebbe
pantani assai grandi, e ne uscì rane in tanto numero da quasi coprire la terra
cone al tempo di Faraone per la schiavitù degli ebrei. Ma fatte, a mia
insinuazione, preghiere pubbliche, perirono subito. I detti tremuoti molto
spesso si fecero sentire sino all’anno 1787.
[…] In detto giorno,
immediatamente dopo il flagello, la sopravvissuta popolazione dové posare
all’aperto, poi attendarsi sulla terra, ove né chiese, né sagramenti, né
sagramentali. I ministri del Signore, perché l’ira di Dio era sopra la terra,
cantavano flebili il “perdona, o signore, perdona il tuo popolo. Gran mercé di
Dio che non siamo consunti”. Senza por tempo in mezzo il nostro Ferd.o
IV felicemente re imperante, e tutto misericordia, mandò i suoi ministri, fra i
quali l’ecc.mo D. Francesco Pignatelli suo vicario; e così la
Calabria parve riconfortarsi; ma vedemmo quasi del peggio.
Nei mesi poi di giugno e di
luglio, il sole apparve per molti giorni a guisa di luna senza raggi, e il popolo
sempre a piangere avvilito, credendo vicino il dì del Signore;
[…] Correndo l’anno, e
proprio il mese di luglio, affacciatasi una epidemia, morirono in tutto
l’autunno in questa città da 185 individui; e detta epidemia, facendo strage
ovunque, durò sino alla nuova estate, sul cui scorcio nuovamente in alcuni
febbre assidua, in altri sdoppia, in molti terzana, in altri un giro d’essa, in
altri caduca affatto, in altri disordinata, violenta in altri (specie in me),
in altri periodica, a molti letale; ed io miserrimo con l’aiuto di Dio sempre
in giro per le tende, le vie e le piazze ad amministrare i sagramenti di giorno
e di notte, senz’avere riprese le forze, e con tutt’i sacerdoti infermi, mi
persuadevo ch’era la mano del Signore.
Una grande importanza per le ricerche relative a
questo periodo ha avuto, oltre la consultazione dei registri parrocchiali,
anche quella dei due Catasti Onciari di San Lorenzo, datati 1746 e 1754,
conservati all’Archivio di Stato di Napoli, di cui si è già parlato diffusamente.
Unendo i dati provenienti dall’Archivio della Curia
di Reggio a quelli forniti dal Catasto Onciario, troviamo molte informazioni
sui nostri cinque Arcidiaco che vivevano a San Lorenzo verso la metà del
Settecento.
Una cosa che va detta è che queste persone, pur
provenendo da modeste famiglie di contadini analfabeti, erano tutte
proprietarie delle case in cui vivevano, e che alcuni tra loro avevano altre
attività oltre al lavoro nei campi. Oltre a svolgere la propria occupazione
primaria o lavorare come braccianti nei fondi altrui, inoltre, erano essi
stessi proprietari di modesti appezzamenti di terreno e soprattutto di piccole
vigne, che probabilmente soddisfacevano esclusivamente il fabbisogno familiare.
Alcuni di loro possedevano anche degli animali.
Giuseppe
Arcidiaco, figlio di Sebastiano e Mariana Miserrafiti, svolgeva l’attività
di “armigere”. La madre di Giuseppe, Mariana Miserrafiti, era morta
a soli 25 anni il 4 settembre 1702, pochi mesi dopo la nascita del figlio, e
suo padre, il 12 settembre 1703, si era risposato con Maria Maurici.
Giuseppe era quindi cresciuto con la madre adottiva
e con i fratellastri e una sorellastra, anche se, come si deduce da un atto
notarile del 1720 nel quale compaiono i suoi nonni materni, doveva aver
mantenuto costantemente i rapporti con la famiglia della sua vera madre.
I più antichi atti notarili nei quali siano citati
degli Arcidiaco, rogati dai notai di San Lorenzo e oggi conservati all’Archivio di Stato di Reggio, riguardano
proprio questo Giuseppe. Il più antico di tutti risale al 7 aprile 1720: col
consenso del padre Sebastiano, Giuseppe, che aveva allora diciotto anni, aveva
venduto con questo documento, insieme a sua nonna (“avia”) Antonia
Pizzi, moglie di Giuseppe Miserrafiti, un terreno incolto a Fabio Asprea.
Molte
parole scritte originariamente con abbreviazioni poco comprensibili ad un
“occhio non allenato” sono state qui e negli atti che seguono scritte
interamente[10]:
Die septima mensis aprilis
tertie inditionis Millesimo Septingentesimo Vigesimo 1720. In tenimento Terre
S. Laurentii et prop.e in Rure Bagaladi. Regnante.
Costituti personalmente
nella nostra presenza Antonia Pizzi legittima moglie di Giuseppe Miserrafiti,
presente Giuseppe Arcidiaco di D.no Sebastiano Avia e Nipote
rispettivamente di questa terra di San Lorenzo ed a maggior conto, assistendo
alle cose predette: essi prefati di Pizzi ed Arcidiaco, coll’epresso consenso,
assenso, presenza e volontà di Giuseppe Miserrafiti e Magistro Sebastiano
Arcidiaco, loro marito e Padre rispettivamente e il loro espresso consenso,
presenza, e volontà, con giuramento ???.
[…] Essi prefati di Pizzi ed
Arcidiaco, Avia e Nipote rispettivamente, asseriscono e dichiarano avere tenere
e possedere come veri Signori e Padroni giusto titolo et bona fide, cioè essa
di Pizzi titulo dotis, e esso di Arcidiaco come vero Signore e Padrone, una
costera di terre di roccali e renati di capacità di carichi tre incirca di
grano in semine in tutti i suoi aridi ed inculti, sita e posta nella
circonferenza di questa predetta terra in contrada Cammarà, limitante il fiume
pubblico, li beni di S. Antonio di Padova, li beni della Chiesa Arcipretale di
S. Lorenzo, li beni della Nobile Chiesa di S. Sebastiano, il vallone ed altri
confini, franca libera ed esente d’ogni peso e servitù, et nemini.
E perché ad essi prefati di
Pizzi et Arcidiaco infrascritti ut supra al presente l’occorsero alcuni suoi
urgenti bisogni e necessità, e per togliersi da maggiori interessi, tanto più
che la detta costera di terre non li rendea nessuna rendita per essere la
maggior parte roccali aridi ed inculti, si sono decisi venderla ed avendo
trattato col D. Fabbio Asprea che si risolse di quella comprare, ex communi
consenso l’hanno fatto stimare da Diego Amodei ed Antonino Pizzi pubblici
Agrimengoni esperti comunemente eletti di questa predetta Terra li quali nella
nostra presenza e con giuramento dichiarano averla stimata sino alla somma di docati
trenta […].
Giuseppe Arcidiaco si era sposato nel 1723, a 21
anni, con Caterina Ligato, ed era l’unico dei nostri cinque Arcidiaco presenti
a San Lorenzo nella seconda metà del Settecento a non aver avuto figli maschi.
La sua unica figlia si chiamava Mariana (1725-1787)
come la nonna, e nel 1746, data in cui fu steso il primo dei due censimenti di
San Lorenzo, aveva già lasciato la famiglia e viveva con il marito Domenico
Virduci, originario di Bagaladi, dal quale aveva già avuto un figlio di tre anni
di nome Antonio.
Giuseppe e Caterina Ligato, rimasti soli, vivevano
così in quegli anni con un giovane servo di nome Filippo Toscano in una casa di
loro proprietà, e possedevano nelle vicinanze del paese una vigna ed alcune
ficare. Giuseppe morì nel 1755 a soli cinquantatré anni, e, con la morte di sua
figlia, ventidue anni dopo, si estingueva questo ramo di Arcidiaco.
Un altro dei cinque Arcidiaco che vivevano a San
Lorenzo verso la metà del Settecento era Giovanni Lorenzo, bracciante, figlio
di Antonio e di Margherita Curatola (o Coratora), che aveva sposato nel 1722
Caterina Arena. Nel censimento del 1746 Giovanni Lorenzo aveva dichiarato sei
figli, di cui un solo maschio, Vincenzo, di dieci anni, e cinque femmine:
Margherita, la maggiore, di vent’anni, Antonia di sedici, Caterina di dodici,
Rosaria di sette, e Domenica di tre.
Caterina Arena, che morì pochi anni dopo, non
compare più nel catasto del 1754, e neanche la figlia maggiore Margherita
risulta, in quell’anno, tra gli abitanti di San Lorenzo. La si ritrova però
qualche anno più tardi, nel 1765, per aver sposato a San Lorenzo in seconde
nozze un tal Domenico Tascione.
La seconda figlia Antonia, ormai venticinquenne,
risulta invece nel 1754 sposata con Domenico Maisano e madre di un figlio di nome
Lorenzo, di un anno.
Nel 1754, gli altri figli Caterina, ormai ventenne,
Rosaria di sedici anni, Vincenzo, di quattordici, e Domenica di dieci vivevano
con il padre Giovanni Lorezo che era rimasto vedovo.
Da notare che le età dell’unico figlio maschio Vincenzo
non coincidono nei due censimenti: si tratta sicuramente di un errore di
trascrizione compiuto dall’occasionale scrivano dell’epoca.
Anche Giovanni Lorenzo Arcidiaco morì giovane, nel
1757, e il suo ramo familiare si estinse solo due generazioni più tardi:
Vincenzo, il suo unico figlio maschio, sposò nell’ottobre del 1770 Caterina
Zumbo, e da lei ebbe due figlie femmine, Domenica (1771) e Fortunata (1778), ed
un solo maschio, Antonino, che però morì a pochi anni di età, nel 1775.
Per quanto riguarda gli altri tre Arcidiaco,
Costantino, Giovanni Domenico e Francesco, questi ebbero tutti diversi figli
maschi, i quali diedero origine, nella seconda metà del ‘700 e nel secolo
successivo, a molti altri nuclei familiari.
Costantino Arcidiaco aveva sposato nel 1731
Candelora Quattrone (1706-1775), figlia di Domenico e di Domenica Priolo, e
aveva avuto otto figli maschi, dei quali però solo tre sopravvissero
all’infanzia: Vincenzo (1736), Lorenzo (1744) e Sebastiano (1751).
Le copie di alcuni dei dati anagrafici sulla
famiglia di Costantino e su quelle di Francesco e di Giovanni Domenico,
conservati all’Archivio di Stato di Napoli e relativi ad entrambi i censimenti,
sono riportati di seguito e nelle prossime pagine:
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Da notare la professione di Costantino, indicato in
questi documenti come mulattiere,
e che ritroviamo in atti più recenti anche come “vaticale”, ovvero trasportatore.
Nei
due catasti Costantino aveva infatti dichiarato di possedere una mula, che
evidentemente guidava o noleggiava per il trasporto di persone o di cose.
Il
vaticale, possessore di uno o più animali da soma (muli e asini, ma anche
cavalli), si occupava infatti del trasporto di merci per conto terzi viaggiando
attraverso la provincia e portando a volte, oltre alle merci, anche le notizie
e la posta. Spesso però, come nel nostro caso, affiancava alla sua attività
primaria quella di contadino.
Nel
catasto del 1746 Costantino dichiarò di percepire da diversi stabili e
dipendenze la somma annua di 3.20 once, cioè quasi 20 ducati, e, in quello del
1754, che possedeva quattro vigne per una rendita totale annua di cinque once,
ed una mula per una rendita di otto once.
In
questo stesso catasto leggiamo poi che deduceva dalle tasse un totale di 1.42
once che in parte dava alla Corte Ducale, probabilmente come affitto per un
terreno, e in parte devolveva a San Domenico ed a Sant’Anna.
Costantino,
dunque, non doveva passarsela economicamente tanto male in quegli anni, se
consideriamo che suo figlio Lorenzo aveva
imparato a leggere e a scrivere e che, forse per via del suo lavoro di
vaticale, egli doveva anche avere rapporti con famiglie importanti: un altro dei
suoi figli, Nunziato, morì infatti il 6 agosto del 1747 (a soli quattordici
anni), in casa dell’“Eccellentissimo Signore Duca di Bagnaria”, dove
forse, ma questa è solo un’ipotesi, lavorava come servo.
Nel
catasto del 1746 leggiamo poi che in casa di Costantino viveva anche suo
cognato, Antonino Quattrone, ventiduenne, era a quell’epoca uno studente, cosa
non frequente se non in famiglie benestanti.
Due
note: Antonino Quattrone, cognato di Costantino, divenne poi clerico nella
Chiesa Arcipretale di San Lorenzo e morì il 19 maggio 1775, mentre Domenico
Quattrone, suocero di Costantino, (il
cui cognome era indicato nei documenti più antichi come Quarterone) compare
come padrino in un atto di battesimo del 1690 in cui è detto provenire da Reggio Calabria.
Tra
gli atti notarili conservati all’Archivio di Stato di Reggio Calabria si trova
il seguente documento relativo ad una
cessione effettuata da Costantino Arcidiaco ad un tale Domenico Schimizzi per
via di un debito di ventidue ducati (come già ricordato, un ducato equivaleva a
dieci carlini)[11]:
Die terzia mensis Martii 1776 S.
Laurentius – […] Personalmente costituto Costantino Arcidiaco di questa terra
di S. Lorenzo, agente ed interveniente alle cose infrascritte per se suoi
dall’una parte; e Domenico Schimizzi di questa suddetta Terra agente similmente
ed interveniente alle cose infrascritte per sé suoi dall’altra parte.
Esso prefato di Arcidiaco spontaneamente
asserisce e dichiara tenere e possedere come vero Signore e Padrone con giusto
titolo e buona fede una vigna in contrada Pugadaci tenimento di questa suddetta
terra, alberata di perare, ficare, ??, ed altri alberi di frutto che limita e
confina per parte del scirocco la vigna di Paolo Ligato, e per parte di bora li
beni del Reverendo Don Antonio Strati e per parte di abbasso il vallone […].
Come che detto Arcidiaco è vero e
liquido debitore di detto Schimizzi in ducati ventidue per aversi ritenuto
dallo stesso ducati venti ed altri carilini venti per spese fatte in corte.
Per li suddetti ducati ventidue non
avendo modo né riparo detto Arcidiaco di pagare a detto Schimizzi li suddetti
ducati ventidue si risolse di cedere e rinunciare la sudetta vigna ed alberi al
suddetto di Schimizzi per ducati ventidue e per detto censo, con parte e
condizione che, avendo detto di Arcidiaco li suddetti ducati ventidue, detto
Schimizzi sia tenuto ed obbligato di rilasciare la suddetta vigna a detto di
Arcidiaco, e non pagandoli detto Schimizzi si godesse la sudetta vigna ed
alberi sempre ed in perpetuo con potendo detto Schimizzi migliorare la vigna
sudetta come sia di piantare alberi […].
Costantino morì due anni dopo aver stipulato questo
atto, mentre sua moglie Candelora morì nel 1775.
I loro figli Sebastiano, Lorenzo e Vincenzo si
sposarono rispettivamente con Flavia Modaffari, Vittoria Vezzani (e in seconde
nozze Antonia Mandica), e Vincenza Manti.
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Giovanni Domenico Arcidiaco, figlio di Domenico e di
Caterina Maisano e cugino di Costantino, sposò invece, nel 1727, Beata
Mangiola. Il 27 gennaio di quell’anno dovette essere un giorno particolare per
la sua famiglia: in quella data, oltre al suo matrimonio, fu celebrato infatti
anche quello di sua sorella Domenica che, nella stessa Parrocchia Arcipretale
di San Lorenzo, aveva sposato Lorenzo Giuseppe Mangiola, fratello di Beata.
Tra il 1727 ed il 1748 Giovanni Domenico ebbe sette
figli, ma all’infanzia ne sopravvissero solo cinque: Sabba (1734), che sposò
Domenica Stilo, Lorenzo (1739), che sposò Francesca Sunica e si trasferì a
Melito (nella parrocchia di Pentidattilo sono registrati i battesimi di alcuni
figli), Domenico (1744 circa), che sposò Francesca Arcudi, ed Antonio (1744).
Un altro figlio di nome Francesco, nato verso il 1732, era morto senza eredi
nel 1775.
Giovanni Domenico Arcidiaco morì a circa 90 anni nel
1779 mentre sua moglie Beata morì nel 1761.
Nella tradizione di San
Lorenzo si ritrova un curioso aneddoto su di un Fortunato Arcidiaco, che potremmo
identificare come suo nipote (1775 circa – 1834), figlio di Domenico e Francesca
Arcudi:
“Per
consuetudine gli abitanti di San Lorenzo, quando flagelli o calamità varie
minacciavano il paese e la vallata circostante, portavano la Madonna in
processione straordinaria, da San Fantino all’altro borgo. Siamo
nei primi anni dell’Ottocento (non si conosce la data esatta), da parecchi
giorni piove a dirotto, senza la minima interruzione. Gli abitanti di San
Lorenzo si convincono che devono ricorrere all’intervento della Madonna, per
far cessare la pioggia che già aveva prodotto ingenti danni e devastazioni.
Dopo
ore di processione sotto la pioggia per raggiungere il santuario, giunti sulla
sponda del torrente da attraversare, il Tuccio, non vi riescono, a causa
dell’innalzamento delle acque e della vorticosa corrente. A tale difficoltà un
popolano, Fortunato Arcidiaco, incalzato e sostenuto dalla fede, a rischio
della propria vita, si butta nel vortice, raggiunge la sponda opposta, carica
il quadro sulle spalle e tenta il ritorno. Le acque ingrossate rendono vano
tale tentativo, coinvolgendolo nel gorgo.
E’ un momento drammatico, anche per l’impotenza di intervenire degli astanti sulle
rive del torrente. Ma la disperazione gli dà la forza di invocare la vergine,
ed ecco che, secondo la tradizione, le acque si divergono formando un varco e
permettendogli di raggiungere l’agognata sponda, ove oranti e trepidanti
l’attendevano i fedeli.
Francesco Arcidiaco, fratello di Giovanni Domenico,
sposò invece verso il 1730 Antonia Scordo ed ebbe in tutto almeno undici figli.
Francesco, di professione “bestiamaro seu forese”
(cioè “custode di bestiame o per meglio dire contadino”) nel 1746 e “custode
di giumente” nel 1754, lavorava evidentemente in una masseria nei dintorni
di San Lorenzo, e neanche lui poteva vantare rendite pari a quelle del cugino
Costantino: nel 1746 egli dichiarò di percepire da un pezzo di stabile e
dipendenze la somma annua di 0.30 once, mentre 1754 risultava essere
proprietario di una sola vigna che gli fruttava una rendita di mezza oncia all’anno,
e di un pezzo di terra ad uso d’orto per una rendita di 0.40 once. Francesco
morì nel 1783.
Suo figlio Tommaso, di professione custode di
pecore, si sposò tre volte, la prima con Antonina Cammara, poi con Caterina Mandica, e infine,
nel 1810, a cinquantanove anni, con una diciannovenne di nome Francesca
Falcomatà.
Visse l’ultima parte della sua vita a Sant’Eufemia
d’Aspromonte, dove si trasferì verso il 1806, e dove morì nel 1818.
Negli atti della Parrocchia di Sant’Eufemia, però, è
registrato come Tommaso Arcidiacono.
Suo fratello Domenico sposò invece Bruna Romeo,
dando origine ad una lunga discendenza che rimase per molti altri decenni a San
Lorenzo.
Andrea Arcidiaco, nonno paterno del mio quadrisavolo
Domenico Andrea Arcidiaco (1791-1864), si era invece trasferito in paese verso
il 1756, due anni dopo la stesura del censimento di quell’anno, nel quale quindi,
purtroppo, non compare.
Come già detto, in data 4 dicembre 1764 sposò nella
Parrocchia Arcipretale di San Lorenzo Bruna Catania, figlia di Michele Catania
e di Sicilia o Cecilia Siviglia. La cerimonia fu celebrata dall’Arciprete Don
Filippo Tegani che annotò diligentemente anche il fatto che Andrea appartenesse
alla sua parrocchia da circa otto anni, dimenticando purtroppo di segnalare quale
fosse la Parrocchia d’origine.
Tra i registri della Parrocchia di San Lorenzo si
trovano solo gli atti di battesimo dei suoi cinque figli: Francesco (1766-1819),
che prese il nome dal nonno paterno, Antonina Maria (1769), dalla nonna
paterna, Michele (1773), dal nonno materno, Caterina (1777), e Caterina
Fortunata (1780-1851).
Sua moglie Bruna Catania morì il 30 agosto 1794: il
suo atto di morte è registrato nella Chiesa Arcipretale di San Lorenzo.
I figli Michele, Antonina e Caterina Arcidiaco
morirono probabilmente in tenera età, mentre l’ultima figlia, Caterina
Fortunata, si sposò prima con Salvatore Caridi (1797) e poi con Stefano Foti
(1820), e visse a San Pantaleone dove nel 1851 fu registrata la sua morte.
L’atto di matrimonio di Caterina Fortunata con
Stefano Foti, celebrato nel 1820, fornisce qualche riferimento in più sulla
famiglia di Andrea e Bruna Catania.
In quest’atto si legge infatti che Caterina
Fortunata Arcidiaco era nata a San Pantaleone, e che in quella frazione vivevano
anche il padre Andrea Arcidiaco, di professione “fatigatore”, e la madre Bruna.
Nonostante tutte le nascite dei figli di Andrea e
Bruna Catania siano state registrate nella Parrocchia Arcipretale di San
Lorenzo, infatti, non è possibile sapere se la loro famiglia risiedesse
effettivamente lì, o se più probabilmente vivesse nella frazione di San
Pantaleone, la cui Parrocchia, in effetti, non si rese autonoma da quella di
San Lorenzo che nel 1798.
E’ quindi probabile che Andrea e Bruna Catania
vivessero a San Pantaleone, che lì nacquero i loro cinque figli, e che proprio lì
potrebbe essere stato registrato, dopo il 1798, l’atto di morte di Andrea.
Il primogenito di Andrea e Bruna, il mio avo
Francesco Arcidiaco (1766-1819), compare inoltre come testimone in un atto di morte
di San Pantaleone del 1818, in cui si dice essere figlio del fu Andrea, di
professione “faticatore”, di avere settant’anni, e di essere domiciliato a San
Pantaleone.
Questo Francesco, che fu il nonno del mio trisavolo,
sposò a San Lorenzo nel 1786 Saveria Manti (1757-1801), figlia di Domenico e di
Eleonora Strati, ed ebbe due figli che portavano i nomi dei nonni paterni:
Bruna (1787-1830), che sposò Vincenzo Iannì, e Domenico Andrea (1791-1864), mio
quadrisavolo, che sposò Maria Saccà.
Su
Domenico Manti ed Eleonora Strati, suoceri del mio avo Francesco Arcidiaco,
troviamo alcuni dati nei registri del Catasto Onciario di San Lorenzo.
Nel
1754 questi vivevano insieme al primo figlio di nome Vincenzo, di tre anni, in
una casa di loro proprietà, possedevano una vigna a San Lorenzo nella contrada
detta “La Croce”[13], una
terra d’orzo ed una vacca selvatica. A quell’epoca lui aveva trentaquattro anni
ed era un bracciante, e lei aveva ventotto anni.
I
documenti parrocchiali indicano inoltre che, prima del matrimonio con Eleonora
Strati, Domenico era stato sposato con una donna di nome Porzia Pulso, sposata
nella Chiesa Dittereale il 23 novembre del 1741, e morta il 5 febbraio del 1743.
La
seconda moglie di Domenico Manti, Eleonora Strati, nacque invece nel 1724 da
Francesco Strati e Francesca Mandalari, e, cosa curiosa, era imparentata sia da
parte materna che da parte paterna con gli avi della mia bisnonna Carmela
Mandalari.
Francesco
Strati, padre di Eleonora, nato a San Lorenzo nel 1685 e battezzato nella Chiesa
Arcipretale da Don Tommaso Ligato era infatti uno dei fratelli di Felicia
Strati, nata verso il 1700, bisnonna di un bisnonno della mia bisnonna Carmela
Mandalari.
Sua
moglie Francesca Mandalari, madre di Eleonora, era invece nata a San Lorenzo
nel 1696 da Pietro Mandalari, fratellastro di Antonino Mandalari (quest’ultimo
suocero di Felicia Strati), e Galatea Casile.
Questo
è l’atto di morte del mio avo Francesco Arcidiaco, marito di Saveria Manti,
datato 1819. Il cognome della moglie, qui indicato come Mallemaci invece di
Manti, è evidentemente frutto di un errore:
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Nel frattempo, Sebastiano Arcidiaco, il figlio
minore di Costantino e Candelora Quattrone, sposò Flavia Modaffari (1747-1793),
figlia di Giovanni e Lucrezia Anghelone, ed ebbe tra il 1775 ed il 1787 sei
figlie femmine.
Sebastiano, di professione vaticale come il padre,
restò vedovo nel 1793 e si trasferì a San Pantaleone, nei pressi della fiumara
Acrifa, poco lontano da San Lorenzo, dove morì nel 1818.
Giovanni
Modaffari e Lucrezia Anghelone, erano i suoi suoceri, genitori cioè di sua
moglie Flavia Modaffari.
Nel
1746, data del primo dei due Catasti Onciari di San Lorenzo, questi si erano
sposati da alcuni anni e vivevano insieme ai genitori di Lucrezia, Antonino
Anghelone ed Antonia Scordo.
Sotto
lo stesso tetto abitavano otto persone: Antonino Anghelone ed Antonia Scordo,
rispettivamente di sessantatré e quarantaquattro anni, i loro figli Domenico di
diciassette anni e Giuseppe di otto, la figlia Lucrezia di venticinque con il
marito Giovanni Modaffari, anch’egli venticinquenne, ed i figli di questi
ultimi, Domenica di un anno, ed Antonia di tre.
Otto
anni più tardi, nel 1754, Antonino Anghelone e la piccola Domenica Modaffari
erano morti, e Giovanni e Lucrezia erano andati a vivere da soli in una casa di
loro proprietà, con le figlie Antonia, che ormai aveva dieci anni, Flavia, che
ne aveva sette, e Maria, di un anno.
La
primogenita Domenica, che non compare più nel censimento, era probabilmente
morta mentre la madre di Lucrezia, Antonia Scordo risultava vivere in casa
d’affitto insieme ai figli Domenico di 22 anni, bracciante, e Giuseppe di 11.
Questo è il loro atto di matrimonio, datato 1775:
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Francesca Arcidiaco (1784-1853), sposata con
Giuseppe Ligato (1776 circa -1846) di San Pantaleone, era la quinta delle sei
figlie di Sebastiano Arcidiaco e di Flavia Modaffari.
Sua figlia Antonina Ligato (1810-1884) sposò nel 1831
Vincenzo Mafrici (1796-1856), di Bagaladi (RC), ed ebbe quattro figli, tra cui
Domenica Mafrici (1847-1921) che, nel 1864, sposò il mio trisavolo Lorenzo
Arcidiaco, figlio dei già citati Domenico Andrea Arcidiaco e Maria Anna Saccà.
Una
cosa interessante da evidenziare è che questo ramo di Arcidiaco, discendente da
Costantino e Sebastiano, fu tra il 1700 ed il 1800 relativamente più benestante
di quello da cui discese direttamente il mio trisavolo Lorenzo. Testimonianza
di questo sono per esempio gli atti notarili raccolti nel seguito.
Se
consideriamo le professioni svolte dagli Arcidiaco appartenenti a questo ramo,
inoltre, ci accorgiamo di come queste fossero effettivamente, per così dire,
“più interessanti” di quelle svolte dagli altri Arcidiaco, che erano per lo più
dei modestissimi braccianti o “faticatori”.
Si
rimanda per quanto riguarda questo ramo al capitolo seguente, dedicato a
Lorenzo Arcidiaco, uno dei figli di Costantino.
L’ultimo Arcidiaco collegato in linea diretta con me
nato a San Lorenzo fu il mio bisnonno Giuseppe che, dopo aver lasciato il paese all’età di diciannove
anni, nel 1899, visse prima a Caserta e poi in Sardegna, finché, ritornato in
Calabria, si trasferì a Reggio, dove rimase per tutta la vita.
Suo
padre Lorenzo, suo nonno Domenico ed il suo bisnonno Francesco erano dei
semplici contadini, che non compaiono mai negli atti notarili di San Lorenzo
fin qui esaminati.
[9] Rivista Storica Calabrese - anno 1895, fascicolo XIII
[10] Notaio Tommaso Merigliano di San Lorenzo -
busta 595 protocollo 3206/1
[11] Notaio Francesvo Antonio Altomonte di San
Lorenzo - busta 601, protocollo 3720/1
[12] Dal volume “San Lorenzo, note e memorie
storiche dalle origini al XX secolo” di Carmelo Bagnato, pag. 70.
[13] Questa contrada, costituita
all’epoca da poche case di campagna e chiamata in dialetto “’a Cruci”, si trova
ancora oggi sulla strada per arrivare in paese in corrispondenza del bivio
per Roccaforte, poco distante dal centro
abitato
.





